giovedì, novembre 22, 2012

La vita è davanti a noi come in un grande quadro




Immaginiamo di osservare un quadro, posto davanti a noi ad un paio di metri, perchè ampio, vediamo che rappresenta, di una stessa vicenda, vari momenti a seconda della zona dello stesso su cui ci soffermiamo a guardare.

Ci accorgiamo che narra della storia della vita di una persona:


- su in alto nell'angolo a sinistra lo vediamo quando nasce, poi lo vediamo, un pò più grande, giocare, poi andare a scuola, poi fare esperienze di sofferenza, perchè lo vediamo in ospedale e poi di gioia per una buona amicizia e man mano che guardiamo le scene, le vediamo diramarsi con una concatenazione fatta di un succedersi degli eventi, la cui rappresentazione è fatta in modo tale che le stesse scene sono, una vicina all'altra, perchè l'una consegue all'altra. Vediamo persino gli ultimi momenti di vita, rappresentate da scene che mostrano la morte del nostro personaggio.


Ora facciamo qualche riflessione:

- il quadro presenta nello stesso istante, davanti a noi che lo osserviamo, le scene di diversi momenti di vita, queste sono in una successione  logica che possiamo guardarle una dietro l'altra senza passare a momenti precedenti o susseguenti che non sono coerenti con lo sviluppo della storia rappresentata.

Eppure sono tutte già presenti nel momento che le osserviamo per cui quando cominciamo ad osservare le scene iniziali è perchè la nostra attenzione coglie queste e da queste si sposta alle scene "limitrofe" che comprendiamo essere le successive.

Però in tale contesto nulla ci vieta di guardare una scena posta in altro punto lontano della tela che vediamo rappresentare un momento di vita "temporalmente" diverso da quello a cui prima prestavamo attenzione, questo lo possiamo fare perchè il tutto senza tempo in un unico presente è li davanti a noi nel quadro.

Quindi il quadro ci rappresenta nell'adesso tutti gli accadimenti della storia che rappresenta, quello che fa sì che alcune scene, son osservate prima ed altre dopo e così via è dato dall'attenzione che la nostra mente applica a quanto osserva e percepisce (osservando le scena una dietro l'altra sforzandosi a farlo senza sbagliare successione) non potendo fare altrimenti perchè non può guardare l'insieme in un solo istante e comprendere tutta la storia, questo a causa dei suoi limiti.

Il tempo è perciò rappresentato dalla successione che l'attenzione esegue nello scorrere gli eventi tracciati sulla tela. In realtà esso è fermo davanti a noi, poichè tutta la storia è là, passato (dove abbiamo già guardato), presente (dove è adesso la nostra attenzione) e futuro (dove guarderemo poi).

Possiamo dunque affermare che se noi, davanti al quadro, non facciamo scorrere l'attenzione al succedersi delle scene, nei vari punti dove esse sono rappresentate, avendole tutte davanti nello stesso istante, siamo padroni del tempo, poichè esso è tutto davanti a noi.

Esso si mostra come fermo e lo sarebbe per davvero se riuscissimo ugualmente a comprendere la storia senza dover far scorrere l'attenzione alle scene una dietro l'altra!

Perciò secondo questa riflessione il quadro che è davanti a noi, mostra tutto nello stesso istante, cioè adesso, siamo noi che non siamo capaci di vedere tale "tutto" in una visione d'insieme, nell'unico tempo presente che è davanti a noi, perchè non abbiamo sviluppato la percezione (che non è dei 5 sensi fisici) intuitiva, quella per intenderci che non ha bisogno del "movimento" (movimento=tempo) dei sensi per poter comprendere ciò che osserva!


Ora qualche domanda:

  • Queste riflessioni possono essere le stesse, se davanti a noi non vi è un quadro ma la vita vera?
  • Quanto questa è diversa dal quadro?
  • Siamo sicuri che il passato che abbiamo trascorso, dopo averlo vissuto con la nostra attenzione, non era già davanti a noi, in qualche punto della vita presente?
  • Il futuro dov'è?
  • Non è forse nelle scelte che faremo e che altro non sono se non la conseguenza dello spostarsi della nostra attenzione ad esse?

  • Siamo veramente sicuri che davanti a noi, la realtà non mostri nello stesso momento presente tutta la nostra vita, i cui momenti ci appaiono passati, presenti o futuri, sol perchè siamo limitati nell'osservazione di essi dal movimento (che crea il tempo) che effettua l'attenzione della nostra mente quando ne prende conoscenza?
  • Ma  se fosse tutto (passato, presente e futuro) davanti a noi, perchè pur nel movimento d'obbligo che deve tenere la mente per porvi l'attenzione, non è possibile "saltare" la successione solita (prima il passato, poi il presente, poi il futuro) e ritornare al passato o andare nel futuro?
Possiamo affermare che sarebbe possibile se oltre le mente non ci fosse anche il corpo, poichè questo è anch'esso pesantemente ancorato al movimento e quindi al tempo da esso prodotto.
La mente intesa come pura attenzione può realmente portarsi con questa stessa al passato (cioè il presente che è stato osservato prima nel movimento dell'attenzione) e vederlo, mentre per portarsi al  futuro, siccome l'attenzione non si è ancora soffermata sopra (secondo la fisica quantistica non si è ancora determinata, pur essendo già realtà ma in uno stato di "vuoto", cioè "non materia" visualizzabile ma energia cioè "altra materia" del tipo non visualizzabile per intenderci) vi è da dire che per esso rimane "aperta" la rosa di un certo numero di possibilità  (un ristretto ventaglio di "non stati" dice sempre la fisica quantistica) dalle quali viene fuori quella che poi si determina, badate non "quando" (termine temporale) ma solo "se" (termine di mera scelta) la nostra attenzione la "sceglie" come evento di vita. 


Quindi si può andare al futuro considerando questo come quella rosa di possibili eventi che sceglieremo proprio perchè  questa è nel presente, mentre tutto il futuro diverso da questa è del tutto inesistente per cui irreale!
Attraverso l'intuizione noi possiamo percepire una realtà ancor più ampia e completa che potremmo chiamare, senza tempo, cioè in effetti quella che dovremmo chiamare la "VERITA'", poichè scavalcando del tutto anche la mente (pur sempre insita nel tempo col movimento dell'attenzione che coglie gli eventi della vita) è come se osservassimo quel "quadro"  (portato ad esempio), considerandolo realtà viva  e nella quale non è rappresentato solo una vita (la nostra) ma  il "vivere" di tutte le vite: l' "esistere" che abbandonate le "forme" del tempo è alla fin fine una unica vita di un unico essere: l'umanità!

sabato, novembre 17, 2012

Pensieri leggeri, pensieri figurati e pensieri pesanti



La mente adotta diverse modalità di pensiero tra le quali spicca quella dei pensieri leggeri, pesanti e figurati, vediamoli più da vicino:


I pensieri leggeri sono quelli per i quali l’andamento del flusso mentale può riuscire a mantenere un movimento, a livello di onde (alfa), tra la veglia rilassata e la tranquillità armonica.

Per intenderci meglio: emettere (creare) dei pensieri “leggeri” significa non ragionare con calcolo critico ma “sorvolare” l’argomento oggetto del pensiero, come fa un osservatore, cioè guardando senza distogliere lo sguardo ma senza coinvolgimento. Tali pensieri, per esser più precisi,  sono di vari livelli e di vario peso, ma in questa sede tale distinzione può confonderci le idee.

Il pensiero leggero si ha per esempio quando guardando un film (non impegnato) seguiamo lo svolgimento dello stesso con “diletto e svago” oppure quando arriva alla nostra attenzione una riflessione breve, sulla quale non ci soffermiamo ad affrontarne con completezza l’argomento che propone, evitando così l’intervento del giudizio/raffronto con l’archivio mnemonico (dove risiedono i ricordi: emozioni, immagini, pensieri, ecc. derivanti dalle esperienze passate).

Si verifica come se esso non fosse prodotto da noi ma da un’altra persona per cui il nostro assorbimento (energia mentale) in esso rimane molto superficiale.

I pensieri figurati sono quelli che non rappresentano propriamente una nostra riflessione ma un’immagine, un suono, un odore, un sapore od un contatto, cioè quando il richiamo dalla memoria non è relativo ad un ragionamento ed alle percezioni ad esso collegate ma alla sola percezione avuta in passato presente nel nostro archivio mnemonico, in questo caso abbastanza svincolata da ogni argomentazione.

Diciamo che tale modalità di pensiero non sarebbe possibile senza l’intervento della nostra volontà che opera un’azione di scissione  all’interno dei nostri ricordi, prelevandone solo la parte “figurata” senza usare le parole, i luoghi comuni ed i dualismi che deriverebbero se non operasse in tal modo.

Quindi si può dire che un pensiero figurato si ha quando pensiamo ad un’immagine, ad un gusto, ad un profumo e così via, senza andare oltre, cioè senza pensare (quindi verbalizzare) a quale situazione è collegato ognuno di essi.

Quando nella nostra mente osserviamo una qualsiasi sensazione (sensoriale) presente in memoria che arriva alla nostra attenzione, per un evento sia esterno che interno, senza lasciar spazio al nostro giudizio critico su di essa (di allora), nel momento stesso che essa attraversa la mente.

I pensieri pesanti, dopo tutto quello che finora abbiamo detto, son quelli per i quali si rileva un certo peso nella mente, con relativo consumo energetico, essi son ricchi di tutto il vissuto ad essi collegato, quando emergono alla nostra attenzione ci coinvolgono, esigendo di essere affrontati subito, così impone la mente, con un senso di gravità, d’imminenza, d’improrogabilità, d’importanza e di quant’altro essa ci propina per indurci a pensare subito ad essi, nel tentativo di dirimerli ma con il solo risultato di rinsaldarli in memoria, dopo averli affrontati, più ansiogeni e deleteri di prima.

La loro pesantezza altera la frequenza delle onde mentali, facendoci abbandonare l’andamento armonico del nostro flusso mentale, velocizzando la frequenza delle stesse, diventando difficile rimanere a ridosso delle onde alfa, quelle cioè che mantengono libera e lucida la nostra visione della realtà.

Se tutto ciò avviene nel dormiveglia notturno, non riusciremo più ad addormentarci poiché la maggior velocità non concilierà più il sonno.

Alla fine di quanto detto è bene accennare qual è l’importanza di non farsi aggredire dai pensieri pesanti:

- questi rendono dolorosa la nostra vita, perché la mente a causa di essi mette in atto l’ansia e la conseguente azione di somatizzazione sul nostro corpo, per non parlare di tutti i molteplici meccanismi che mette in atto per deviare la consapevolezza dal dolore che spesso emerge con essi.

venerdì, novembre 16, 2012

Il controllo volontario sulla nostra mente


La nostra mente emette pensieri leggeri e pesanti, ma quest'ultimi ci fanno spesso cadere nella rimuginazione.

Quando essa passa in rassegna i ricordi passati, in cui non siamo stati all'altezza delle situazioni che abbiamo vissuto, abbiamo ansia e la sofferenza morale che subiamo è data proprio da questo lavorio distorto ed esagerato della stessa mente.

Tutto ciò però accade fintanto che non ce ne rendiamo conto in piena consapevolezza, poichè se prendiamo coscienza del dominio che la mente ha nella nostra vita possiamo con la nostra volontà cambiare tutto, dirigendo i "giochi" della mente a nostro favore, eliminando i pensieri pesanti, utilizzando i pensieri  leggeri e quelli figurati (relativi ai 5 sensi: immaginando di vedere, sentire, toccare ecc.) alleggerendo così il nostro essere al fine di eliminare il meccanismo di ansia-somatizzazione.

Riprendiamo il controllo della nostra vita esercitando la nostra volontà sul lavoro palese e nascosto della mente.

lunedì, novembre 12, 2012

Armonia



Quando gli scossoni della vita non ti buttano giù e riesci a mantenere l’equilibrio del tuo essere, quando sopporti la crisi del momento di dolore e la mente non si  rintana dietro mille paraventi (ossessioni, somatizzazioni, paure, ombre ecc.), quando caschi proprio dentro il baratro e pur facendoti male, molto male, riesci a rimetterti in piedi con una grande pace e serenità dentro, significa che in te vi è armonia.

Il dolore ti fa forte, ancora più forte, perché attraverso di esso cambia la visione della tua vita, cambiano gli interessi, si smorzano gli attaccamenti alle solite cose quali: danaro, beni, potere, successo, affermazione, benessere ecc.

Quando per una malattia non sei più autosufficiente, non puoi interessarti più alla routine di tutti i giorni, quale il lavoro, lo studio, il divertimento, gli hobby, le relazioni sociali di sempre, la guida della famiglia, il disbrigo delle problematiche familiari ecc. e sei privato della possibilità di svolgere la vita di sempre, la tua vita cambia aspetto, come pure le tue preoccupazioni, non temi più per il futuro come facevi prima, ma per altre cose, di ben altre cose, ti senti perciò libero, leggero e il tempo sembra fermarsi.

Gli scopi della tua vita diventano pochi, come guarire, ritornare a poter badare a te stesso ed alla tua famiglia come prima.

Seppure è vero che la guarigione è il traguardo mancante, il senso di leggerezza dell’essere che godi è il rovescio della medaglia positivo di tutto quando stai vivendo.

Perché accade ciò? Il dolore, la sofferenza ti mostra la realtà da un altro punto d’osservazione facendotela apparire molto diversa da prima. Questo ti mostra come la mente ti confonde coi suoi assurdi meccanismi di autodifesa, mascherando, ai tuoi occhi, la realtà pura.

Quando c’è una situazione forte nella tua vita, il coinvolgimento a tutte le altre cose cambia. E’ proprio questo che trasforma il tuo modo d’essere rendendolo tale, fin tanto che la situazione permane.

Come far tesoro di questo enorme effetto positivo e rendere permanente il senso di libertà acquisito? Man mano che si supera la malattia si ritorna, col recupero dello stato di salute, alla solita routine, ma anche alla  visione distorta della realtà, per evitare ciò devi convincerti che qualsiasi sia la guarigione conquistata, questa non sia definitiva e non rappresenta la tua immunità ma che la perfezione è solo frutto di una continua lotta e scelta giusta delle azioni da fare da parte tua, per cui errato sarebbe cullarsi del traguardo raggiunto e dormire sugli allori. 


Avrai sempre bisogno degli altri e soprattutto di Dio al quale sarà bene abbandonarti pienamente perché è tutto nelle sue mani, ricordandoti che devi confidare nella sua provvidenza per ogni cosa devi svolgere, anche la cosa che sembra la più banale.   

giovedì, novembre 08, 2012

La Sofferenza


Se riesco a farvi comprendere che la sofferenza non deve e quindi non può spaventarci, vi avrò fatto superare il primo scoglio difficile di questa nostra navigazione in un mare in tempesta (che solo quando sarà come una tavola avremo raggiunto lo scopo propostoci) i cui venti sono sospinti purtroppo proprio da noi anche se stentiamo a crederlo.
Innanzitutto cosa è la sofferenza, spesso la confondiamo col dolore, col sacrificio, ma essa si differenzia da questi stati psicofisici pur essendovi collegata. Avere un dolore e quindi sopportare per esso un sacrificio non è ancora sofferenza piena in quanto:
- lo spirito di sacrificio, cioè la nostra soglia, il nostro grado di sopportazione determina anche il livello di sofferenza;

- il dolore, stiamo parlando di quello morale (psichico), varia la sua intensità sia secondo quanto sopra ma soprattutto per il significato ed il valore che sappiamo dare alla sofferenza stessa;
Quindi si soffre, come avviene per le sofferenze da dolori fisici, quando i recettori di tale dolore riconoscono come traumatico l’evento scatenante e producono sofferenza nel senso pieno solo se si supera la propria capacità di sopportazione. Ecco che noi possiamo far sì che la nostra mente non riconosca come traumatico l’evento scatenante avvalendosi di 2 autoconvincimenti importanti:

- 1) l’innalzamento di valore della sofferenza;
- 2) l’abbassamento di valore degli elementi rappresentati dall’evento stesso;
Il secondo si ottiene cominciando a costruire una scala di valori interna che non sia fondata sugli elementi di cui solitamente ci frustra la difficoltà di ottenerli o di conservarli:

- gli affetti familiari;
- il lavoro;
- il denaro;
- le comodità ed una vita agiata e tranquilla;
- la salute;
- i rapporti cogli altri;
- il riposo e la propria tranquillità, l’amor proprio, l’orgoglio ecc.

Il primo invece è dato invece dal cominciare a capire ed apprendere per poi crederci veramente che la sofferenza non è fine a se stessa ma è un’esperienza di vita che può modificare la propria personalità, facendola maturare e quindi rendendola sempre più forte se le si dà il valore appropriato.
Infatti essa, nella sua sopportazione, è una forza vivificante che purifica (disintossicandoci) la nostra essenza psico-spirituale, da tutte le sue impurità ed immaturità. Inoltre, travalicando i normali
confini del credere, quando è offerta diventa una forza con valori ultraterreni. Ma per la parte che qui più c’interessa, essa per un particolare meccanismo mentale se è desiderata (per tutti i valori che impariamo a relazionare con essa) non provoca dolore fin quando è vivo il desiderio appunto di viverla per tutto ciò che rappresenta ed i benefici che produce.
Tale meccanismo è importantissimo e lo si può provare subito, anche riflettendo su altre situazioni passate che abbiamo vissuto, laddove resta facile ricordare che ogni qualvolta il desiderio di una cosa è forte si diventa ciechi di tutto ciò che è intorno e anche dentro di noi. Nella situazione che ci interessa è come se i “recettori” del nostro “dolore” (morale, psichico, emozionale) avessero le comunicazione interrotta col sistema centrale di ricezione: il cervello o più propriamente in questo caso la coscienza.

ARMONIZZAZIONE


Difendersi, arretrando soltanto e sempre, senza mai avanzare combattendo, è pura vigliaccheria che ci rende vittime continue di un nemico che conosciamo ma che non vogliamo affrontare nascondendoci dietro la giustificazione semplice di non saperlo fare!
Di cosa sto parlando? Di ogni situazione della vita che ci mette in crisi psicologicamente, cioè che ci dà un senso di frustrazione, di sofferenza psichica e morale. Ogni qualvolta non l’affrontiamo con la giusta maturità, faccia a faccia, col coraggio di superarla, ne conserviamo, in un angolino nascosto della nostra memoria, tutte le paure, le angosce date da tale frustrazione.
Bene sarà inquadrare un punto preciso da realizzare senza il quale non si otterrà alcun risultato:
rompere la catena pesante del proprio coinvolgimento per ogni cosa che ci succede, spostando il nostro piano d’interessi su valori più solidi ed assoluti quali quelli cosiddetti escatologici: chi siamo dove andiamo, da dove veniamo, ecc. Vale a dire bisogna allargare e rinforzare i valori in cui crediamo su basi con fondamenta solide, che non sono certo quelli che purtroppo la società attuale spinge ed insegna. Quindi vedete come il nostro “problema” ha origini e conseguenze anche nell’influenza di quanto ci sta intorno.

L’importanza dell’Armonizzazione della persona nella Medicina olistica


Qualsiasi possa essere l’intervento terapeutico che si effettua allo scopo di ottenere la guarigione od un apprezzabile miglioramento di salute, la persona ottiene un risultato più significativo e completo se perviene ad esso attraverso un’ armonizzazione interiore. Questa gli permette riallineare, di far ordine dentro di sè con il giusto senso della propria crescita personale. L’ equilibrio armonico che ne deriva rende fertilissimo il terreno per gli interventi terapeutici perchè permette di metterli in sintonia con la sfera coscienziale della persona e ciò potenzia ogni risultato.
Se è vero che l’essere umano è intossicato da diverse tipologie di tossine, nell’effettuare la disintossicazione (drenaggio) dobbiamo considerare che oltre ad eliminare quelle prettamente materiali provenienti da svariati tipi di inquinamento: aria, acqua, cibo, ambiente, metabolismo ecc. esistono per cosi dire tossine anche esse endogene ed esogene che disturbano il nostro essere e che vengono create ed assunte (prese in carico) ogni qual volta la nostra coscienza viene turbata (dall’esterno o dall’interno), cioè ogni qualvolta essa constata e memorizza un forzatura (un conflitto, un sussulto, un urto, un turbamento, come tante onde di un mare agitato) alla propria “stasi” armonica. Potremmo dire che trattasi di tossine che indeboliscono un livello di energia diverso da quello esistente sul piano fisico (materiale) per questo più “sottile” e meno riconoscibile ma esse si rendono tangibili attraverso il senso di disagio interiore che provocano (superficiale e profondo). Quante volte il paziente narra che non ritrova più se stesso, che trascinato dagli eventi, dalla vita e dalla malattia non riesce più a sentirsi quello che era quando stava bene? Non è solo una sensazione fisica (quella della malattia) ma qualcosa di più profondo.
Questo senso di disagio, questa disarmonia è di per sè “sofferenza” anche se non è nè fisica, nè morale e nè propriamente psicoemotiva. Il disagio proviene soprattutto dal vuoto interiore di cui a tratti se ne ha un’ errata consapevolezza!
Questa appunto è alterata dall’intossicazione di cui sopra fino a rendere non più pura quella parte che percepiamo dentro.
Le “tossine” incamerate creano molteplici difficoltà al sano sentirsi dentro. Provocando un disagio continuo che riaffiora, nonostante le distrazioni della vita, a più riprese, con evidenti danni e tentativi di fuga da esso oltre ad inficiare spesso la buona riuscita di qualsiasi intervento. Ecco che diventa importante, anzi fondamentale nell’approccio terapeutico naturale, l’utilizzo di tecniche di armonizzazione che provochino un miglioramento della consapevolezza dell’essere, altrimenti non potremmo chiamarlo veramente “olistico” .

mercoledì, novembre 07, 2012

L’io e la mente

Questo articolo servirà a chiarire molte cose circa i ruoli che hanno l’io e la mente nella nostra vita.

L’io è la nostra consapevolezza dell’essere nell’esercizio della nostra volontà.

La mente è lo strumento attraverso il quale il nostro io cosciente percepisce la realtà che lo circonda.

Detto questo è bene discernere i due ruoli.

L’io non può e non deve identificarsi nel suo strumento, come dire che il padrone non può identificarsi col servo o ancora il re non  è il suo suddito.

Eppure ciò purtroppo accade come stato di fatto consolidato.

Infatti quando diciamo ho paura oppure mi piace, amo o non amo ecc., non è il nostro io in prima istanza a pensarlo, ma il suo strumento, cioè la mente,  siccome, come ho detto, l’io non è la mente, solo quando l’io aderisce al giudizio critico della mente (proposto in ogni situazione che affrontiamo) accettandolo pienamente, egli ha la responsabilità di quanto accettato.

Attenzione non è cosa facile divincolarsi dall’azione della mente perché essa oltre ad essere strumento di percezione è composto di innumerevoli filtri, dati dalla massa dei dati archiviati nella sua memoria. Ogni risposta passata del nostro io (spesso identificato nella mente) agli eventi della vita, forma un filtro, attraverso il quale il ripresentarsi di un evento simile, percepiamo lo stesso. Instaurandosi così uno stato dell’essere che fa sì che tutto ciò che viviamo non è mai nuovo, non ci meraviglia e sorprende più facendoci perdere il gusto vero del vivere.

Comprendiamo così come i bambini si meravigliano davanti al succedersi degli accadimenti, speso con sorpresa e gioia di vivere. Cosa che perdiamo se cadiamo nel tranello della nostra mente.

Essa infatti dà un’etichetta a tutto, giudica tutto, non permettendoci, quando non ci disidentifichiamo dalla stessa, di osservare la realtà per come veramente è.

Ripetete a voi stessi: io non sono la mente, quindi non sono quello che essa ritiene che io sia.

martedì, novembre 06, 2012

La memoria

            


Esiste una memoria dei fatti ed una memoria delle emozioni (psicologica), cioè 2 aspetti correlati della memoria e non chiaramente distinti. La memoria dei fatti è indispensabile ma non lo è quella psicologica, anzi è deleteria. La mente è questa memoria, è il prodotto del passato, fondata sul ricordo condizionante del passato.
   
    L'esperienza del nuovo è sempre accompagnata dalla memoria del passato, quindi se ho una parziale comprensione del nuovo non ho mai una comprensione completa. Solo quando c'è una comprensione completa di qualcosa non vi è la cicatrice del ricordo. Un momento nuovo di vita lo affrontiamo con una reazione della memoria del vecchio, del passato. Questa deforma il nuovo col suo pregiudizio, il nuovo è assorbito dal vecchio che si potenzia.


    L'esperienza della vita quindi è sempre incompleta perchè vissuta nel ricordo, nell'idea, nell'impressione che ce ne facciamo! La verità invece non è ricordo perchè è sempre nuova, nell'atto continuo del suo trasformarsi. Se capiamo completamente qualcosa, se ne vediamo integralmente la verità non rimarrà alcuna memoria psicologica ma solo la comprensione dei fatti come essi veramente sono.

    Purtroppo tutta la nostra vita e fondata sulla memoria. La conoscenza è memoria. Non sappiamo vivere il presente senza questa memoria del passato, sbilanciandoci verso il futuro non viviamo bene il presente fino a comprenderlo e così non comprendiamo noi stessi. Solo nell'intervallo che vi è tra due pensieri (memorie) o tra due emozioni assaporiamo la libertà dell'io senza tempo (il passato). La memoria è tempo! La memoria crea lo ieri, l'oggi e il domani. Il ricordo di ieri condiziona l'oggi e dà forma al domani. E' la memoria psicologica che conserva il sè, l'io e il mio. Il ricordo interferisce tra noi ed il presente, attimo per attimo. Il ricordo rende la vita faticosa, noiosa e vuota. Il ricordo dei fatti, delle nozioni tecniche, è un'evidente necessità, ma la memoria psicologica (emozionale) è dannosa alla comprensione della vita ed alla comunione col prossimo.
   
    La memoria fa parte del processo del pensiero e solo quando si "ferma" (disattiva il suo intervento) ci è permesso entrare a contatto con lo spirito. La memoria si rafforza col desiderio di divenire, di essere, di raggiungere un obbiettivo, producendo così l'azione che condiziona ulteriormente la vita che la mente percepisce. La vita non è soltanto uno stato di coscienza ma è un processo completo, totale, comprendendolo l'apprezzeremo. Noi siamo abituati ad incontrare la vita coi ricordi, con le vecchie abitudini, incontriamo l'oggi con lo ieri. Bisogna invece vedere il presente senza alcun contenuto (memoria psicologica) del passato.


   Quando constateremo che la verità che lo ieri non può trasformare il presente, cioè non serve a vivere il presente, anzi non è utile ma dannoso, allora lo ieri  se ne sarà andato. Ci vuole un'attenzione enorme (energia) per vedere la verità per ciò che è e questa non c'è finchè c'è distrazione, cioè la parzializzazione dell'attenzione a più interessi, ma anche il concentrarvi su un solo interesse non è utile perchè ci sarebbe lo sforzo a resistere a tutto ciò che vi distoglie da esso che deriva solo dal desiderio di acquisizione che è condizionato dalla memoria. A parte però il desiderio condizionante dell'acquisire (beni, affermazione, affetto, amore, soddisfazione, gratificazione, possesso ecc.) non abbiamo un vero interesse centrale! Quindi più che distratti siamo privi di interessi "veri".       Chi vuole capire la verità deve dedicarle la sua attenzione indivisa, questa sorge solo quando non c'è scelta, non c'è desiderio da soddisfare, solo così non c'è distrazione. Questo avere interessi non "veri" ci porta alla distrazione e resistenza alla distrazione, mentre un interesse vero, centrale scevro da ogni condizionamento diventerebbe inevitabile davanti a noi eliminando tutto ciò che nasconde la verità.

Paura della sofferenza

Una cosa è la croce, un'altra è il crocefisso.
La croce è la sofferenza non accettata per un dolore che la vita provoca, questa è spoglia, fredda, arida, incute repulsione e ci spinge quasi sempre a volerla respingere.

Quando però sulla croce riusciamo a veder Gesù, allora quello che è davanti a noi non è più un legno spoglio e pesante  cioè una sofferenza senza amore e fine a stessa ma è un crocifisso e tutto cambia, poichè la presenza di Cristo trasforma il senso della sofferenza fino al livello della sua stessa percezione, il dolore unito all'amore si riempe di una dolcezza infinita tale da non far più percepire il dolore originario.

Se siamo innamorati di Gesù perchè non amare anche il posto da cui egli ci ha salvati e da cui continua a mostrarsi cioè il crocefisso?

Per amore c'è spesso bisogno di superare le barriere del disgusto, del ritegno, della repulsione e della diffidenza ecc;

La sofferenza se amata, perchè unita a Gesù, assume un sapore (percezione viva psicoemozionale oltre che fisica) totalmente diverso.

Questo diverso "sapore" avrà il pregio di attrarci anziché  respingerci, perchè non esiste più la  sgradevolezza e la ripugnanza che solitamente comporta la sofferenza in tutte le sue molteplici sfaccettature che si presentano tante volte davanti a noi durante il corso della vita terrena.


La nostra mente col nostro sè interiore prima era continuamente in azione per evitarla fino a produrre una paura latente sempre presente ad ogni ravvisamento di di situazione che potesse provocare sofferenza, ma........ se essa comincia ad avere, da adesso in poi, un gusto "diverso", questo meccanismo, che è la rovina di tutta l'umanità, s'indebolirà per poi pian piano interrompersi!

Comprendere tutto ciò non è per nulla facile perchè come spesso ribadisco non basta la conoscenza a livello "intellettuale" affinchè avvenga in noi una concreta trasformazione ad ogni incontro con le verità (quelle fondamentali per la nostra esistenza eterna).


Importante e determinante invece è la loro comprensione profonda e la loro totale interiorizzazione.

Cosa significa? Cerco di spiegarvelo:

- quando apprendiamo qualcosa (leggendo, ascoltando, guardando, riflettendo o meditando) questa si ferma sulla superficie del nostro essere e non entra dentro di noi perchè quasi sempre incontra non un terreno fertile ma  "ostacoli" (informazioni opposte, pregiudizievoli e contraddittorie) o paure e remore varie.

Solo col tempo ed il continuo ripetere in noi dell'informazione si potrà un pò indebolire la muraglia di ostacoli e permettere il passaggio parziale di essa, questo però accade dopo molto di questo tempo.


Allora come fare?

Bisogna cambiare il modo di assumere le verità (ogni evento della nostra vita ne porta alcune con sè) che possono essere importanti ed essenziali per la nostra esistenza "eterna", affinchè non restino alla superficie (spesso per quella indifferenza che possiamo senz'altro giudicare non amore)  ma entrino velocemente dentro di noi (saltando le barriere di difesa pregiudiziale della mente), per agevolare ciò bisogna "vivere" le verità.

Intendo dire che ognuna di esse che viene alla nostra attenzione non deve restare nell'anticamera della nostra mente ma diventar parte della nostra vita affinchè poi sia la sua "digestione" (processo di interiorizzazione, assimilazione e purificazione) a produrre in noi una maturazione, una trasformazione e quindi una crescita interiore.

Ritornando al diverso sapore della sofferenza perchè fatta di dolore unito a Gesù, per poter comprendere tale importantissimo concetto, non dobbiamo fermarci (come quasi sempre facciamo) alla sua sola lettura, anche se nella migliore delle ipotesi crediamo di aver compreso e siamo soddisfatti e forse "convinti" di quanto appreso! 

Perchè tutto ciò è approdato solo a livello intellettuale, sulla superficie del nostro essere, sulle soglie dei primi livelli di coscienza ma ben altra cosa è entrare nelle profonde stanze della nostra interiorità.

Affinchè ciò avvenga bisogna "vivere" quanto abbiamo appena appreso, cioè constatarlo nel momento in cui lo mettiamo in pratica, poi verificarlo e se qualcosa sembra che ancora non quadra è bene chiederci se abbiamo sbagliato qualche passaggio o comunque se siamo o no già nello stato di poterlo mettere in pratica o ci necessità ancora una qualche altra azione preliminare!

Se riusciamo a fare ciò, chiedendo illuminazione a Gesù stesso, la sofferenza non sarà più uno spauracchio ma uno stato nel quale intensamente poter gustare una presenza netta e diretta di nostro Signore perchè non vi è un'azione d'amore più grande della corredenzione (soffrire insieme a Gesù, soffrire per Gesù)!

Sapete cosa significa non rifiutare più la sofferenza perchè in essa riusciamo a vedere Gesù, quindi non solo croce-sofferenza ma croce-sofferenza+Gesù (crocefisso), cioè sofferenza + amore infinito?

Significa che saremo liberi di dare noi stessi senza più alcuna paura che quel dare potrà significare dolore la cui sofferenza non vogliamo avere, poichè noi non la subiremo più  ma la sceglieremo.

Significa che non saremo più egoisti, non saremo più superbi, non saremo più gonfi di orgoglio, non saremo più avidi, invidiosi, gelosi, ecc. ecc.

Alla fine saremo quello che dovremmo essere e che la paura di soffrire (di perdere, di non avere, di non possedere, ecc.) non ce lo permette, quell'essere noi stessi, integri in piena libertà, cioè senza pesi, timori, paure, incertezze  e cosi via...............!


Il tunnel del trapasso


Quel tunnel che dicono di aver visto  molti di quelli che sono stati vicino alla morte corporale è un'allucinazione della mente in un particolare momento della nostra esistenza o qualcosa di più?

Vi sono migliaia di casi archiviati  nei quali si parla di questo tunnel, una sorte di canale stretto che ci avvolge.

Come attraversare un corridoio cilindrico alla fine del quale vediamo una grande luce, un traguardo spettacolare che una volta che ci si arriva si mostra con tutta la sua bellezza, con tutta la sua serenità in un'atmosfera di pace totale, nulla ci disturba,  tutto ci appare fantastico!

Poi all'improvviso qualcosa comincia a distrarci da questa sorte di ambiente incantevole, come se qualcuno ci chiamasse o ci scuotesse, siamo seccati da ciò, vorremmo continuare a goderci lo stato piacevole in cui siamo, ma al di là di ogni nostra resistenza veniamo come strappati da quella situazione per essere portati nel mondo di sofferenza da cui provenivamo, che avevamo da poco lasciato e per un pò dimenticato!

Alcuni raccontano cose fantastiche che non trovano riscontro nella realtà, altri invece aggiungono alle sensazioni di cui sopra elementi reali avvenuti intorno al loro corpo quando giaceva quasi in  fin di vita, al di là di tutto quanto ognuno possa ricordare, quasi tutti subiscono una trasformazione interiore, come se il loro essere avesse visto (conosciuto) verità superiori che pur se non ricorda han lasciato il segno nel loro cuore.

Anche volendo dare un certo valore alla tesi che inquadra 
l'esperienza presunta post mortem  come un vissuto, anche se in circostanze eccezionali, del solo cervello, dobbiamo dire che tale esperienza ha molte caratteristiche che fanno pensare ad una percezione spirituale visto che il corpo era quasi senza vita e quindi non vi è alcuna certezza che il cervello sia il solo testimone di quanto rilevato in quelle particolari situazioni.

Il sincronismo



La simultaneità della percezione "osservata" (il fatto - non l'idea che la mente anticipa sul fatto) con l'azione vissuta nel presente, è ciò che dobbiamo conquistare per evitare il meccanismo dell'effetto/assorbimento della realtà che la mente esercita allontanandoci così da essa.


    Bisogna insinuare il dubbio che il pensiero limita l'osservazione della realtà, poichè il pensiero è conoscenza, la conoscenza è limitata, solo quando non pensiamo abbiamo la possibilità di conoscere pienamente.

    Fermare il movimento del pensiero significa evitare il suo condizionamento.

Per far ciò bisogna essere un tuttuno con la cosa osservata (sensazione percettiva fisica o psicoemotiva) affinchè cessi il conflitto che nasce dalla separazione con la stessa.


    Questa osservazione in "unità" deve avvenire dentro di noi. Cioè osservando quello che è (cioè ciò che realmente avviene) non nel movimento dal centro verso l'esterno oppure dall'esterno verso il centro (centro dell'essere che è anche centro dell'universo olografico)  ma, siccome il movimento è illusorio (va compreso pienamente e nel profondo tale verità), ponendo l'attenzione al centro ed alla cosa osservata perchè essa è lì, nel centro stesso in perfetta unità sincronica.

    Purtroppo non è proprio questa la realtà che vediamo perchè la mente tende con consapevolezza superficiale a situare la propria osservazione non al centro del proprio sè ma tra i confini di esso (quel sè da cui tenta di fuggire) ed il mondo "esterno", inoltre è portata a cogliere quel movimento che non c'è e che pensa che vada da quei confini verso l'esterno.
    In tal modo abbiamo separazione ad ogni osservazione invece di "centrare" l'unità, il sincronismo con tutto quel che è. Infatti senza il movimento, senza la separazione, l'osservazione avviene simultaneamente al verificarsi del quel che è perchè entriamo nello stato in cui l'essere esercita un'attenzione pienamente comprensiva con una consapevolezza "passiva" cioè senza l'intervento "critico" della mente che rifiuta e condanna o accetta e giustifica.

    Infatti non ci sono tempi diversi, nè spazi diversi. Tutto avviene nel centro. Per meglio comprendere quanto detto è fondamentale sentire dentro di noi, al centro del nostro essere, che quando osserviamo il
quel che è esso è già lì (nello stesso tempo e nello stesso spazio, ovvero senza tempo e senza spazio).

    Se stiamo guardando un dipinto siamo illusoriamente portati a posizionare fuori di noi la nostra percezione (visiva e psicoemozionale) come se fosse separata da noi, nulla di più errato, essa avviene dentro di noi, nel centro di osservazione del nostro mente/corpo-spirito (essere unitario) è lì che essa sta.

Quando si è formata? Nell'attimo stesso che la nostra attenzione ne ha consapevolezza. Osservatore e cosa osservata sono un tutt'uno.


    Facendo nostro questo stato percettivo della realtà non permettiamo alla mente alcun movimento, quindi alcuno sforzo, attrito, abbiamo così un enorme guadagno energetico. La realtà ci apparirà netta, pura, vera, vivificata, dinamica.

    Quando è possibile che avvenga tutto ciò? Quando usiamo una consapevolezza passiva nella quale ci percepiamo uniti alla cosa osservata (la percezione di
quel che è). Certo non siamo abituati a tale tipo di stato di consapevolezza per cui si rende fondamentale considerare questa "necessaria" ed "inevitabile". Infatti essa si attua solo se è senza scelta. Questo considerarla necessaria deriva dal fatto che nello stato col quale col quale osserviamo c'è tanta sofferenza che invece verrebbe evitata.

    L'unitarietà elimina il conflitto, il contrasto, l'opposizione tra
quel che è e quello che la nostra mente vorrebbe che fosse, questa eterna lotta nasce solo dalla separazione che facciamo tra le due cose, mentre questa non esiste perchè quello che la mente vorrebbe non corrisponde al nostro vero sè perchè questo è un tuttuno con quel che è che si concretizza nell'istante (dinamico) dell'eterno presente.

    Noi siamo nel presente dove si concretizza il
quel che è (la realtà netta), tutto noi stessi, ma fin quando non vediamo l'ovvietà del quel che è, si parano davanti le nostre paure, le nostre speranze, tutta la  nostra conoscenza condizionante e tutta la nostra ignoranza, i nostri limiti e quelle che consideriamo capacità.

    Davanti a noi nel presente abbiamo 2 immagini, una è quella che crea la mente, l'altra è quella che sta realmente accadendo, siccome la prima si consolida e si potenzia proprio nell'opposizione che ha con l'altra, alla fine è l'unica che vediamo; solo una profonda comprensione dell'ovvietà della seconda può annullare il conflitto e far decadere la prima.

    Immaginate due specchi che riflettono lo stesso evento, ma che ci mostrano due immagini diverse! Se ciò accadesse si insinuerebbe il dubbio di qual'è quella vera, ciò metterebbe in crisi il tutto, l'immagine falsa si sgretolerebbe e rimarrebbe l'unica, la vera. Perchè avvenga ciò dobbiamo comprendere pienamente e profondamente il processo illusorio della mente. La mente ci fa credere che possiamo essere (diventare) quello che lei desidera se vengono eliminati gli ostacoli che non ce lo permettono.

    Illusione vana: io, adesso, posso essere solo quello che sono non ciò che vorrei. Cioè la risultante delle mie precedenti trasformazioni (poche per i rari momenti di lucidità). Debbo comprendere tale ovvietà nel mio profondo, che il
quel che è è il risultato di ciò che sono e non di ciò che la mia mente vorrebbe che io fossi.

    Quando opero una scelta prima che si concretizza il
quel che è (la fisica quantistica dice che l'osservatore può con una sua scelta, entro un ristretto range di variabili, non ancora concretizzatesi, influenzare l'esito dell'esperimento in base subatomica/nucleare) non debbo farlo secondo il desiderio di non attuare il passato che mi è sgradito e di realizzare invece ciò che ritengo gradito, poichè il desiderio non è azione ma un'idea per cui se voglio agire devo evitare l'influenza della mente. Solo così posso essere ciò che con l'azione effettiva decido di essere nel momento stesso (sincronico) che lo decido.

    Questo avviene se osservo con piena comprensione quello che la mente illusoriamente mi mostra e come si forma il desiderio anzidetto, solo così posso decidere di poter essere senza condizionamento cioè senza intervento della mente allineandomi alla coerenza magistrale della volontà divina.

    Quando la consapevolezza passiva avrà inattivato l'intervento della mente, poichè di essa avrò compreso l'illusorio condizionamento,  non sceglierò quello che voglio essere nell'istante presente (eterno e dinamico), ma sarò quello che risulta ovvio e giusto essere, sarà un tutt'uno la decisione di essere e l'essere quello che ho sentito nel nostro profondo.

    Nel nostro presente vi è un perfetto sincronismo (unità) tra il sentire cosa è giusto essere  (allineamento/coerenza alla volontà divina) che nasce con l'osservazione del
quel che è (grazie ad una consapevolezza passiva che evita l'intervento della mente) ed il decidere di esserlo. Ci accorgiamo che in tale sincronismo non c'è scelta, questa avviene prima quando cioè scegliamo di vivere lo stato di consapevolezza passiva che altro non è che l'abbandono incondizionato alla volontà di Dio.

    Se interviene la mente (il sè) la scelta è obbligata e quindi condizionata. Se invece essa non interviene, noi incontriamo
quel che è "la verità": Dio. Saremo senza scelta mentale, perchè questa inquinerebbe la verità stessa. Io sono non perchè scelgo (con la mente) di essere ma perchè realizzo ciò che sento nel mio profondo è lì che osservando la "verità", incontrando Dio, so e sono quello che lui vuole!

Illusioni della mente

Fermiamoci un attimo e riflettiamo: quanto sappiamo da dove veniamo e dove stiamo andando?

Noi siamo come su di una barca di cui il timoniere è la mente con la quale è errato identificarsi, in quanto la nostra soggettività è datta dall'io cosciente, cioè quello che veramente decide ogni nostra azione. Quindi è essa che ci porta nel perscorso che intraprendiamo giorno per giorno, ci sembra di andare dove vogliamo ma non è così.

Noi viviamo in attesa dell'accadimento degli eventi, non nello stato di colui che, avendo una visione netta della realtà, si muove sapendo dove andare (cosa fare) in ogni attimo della sua esistenza.

Proprio perchè non siamo noi a guidare la nostra vita, non seguiamo neanche la corrente "magistrale", nella quale siamo tutti immersi, che porta a Dio! Alla fine di questo discorso non abbiamo voglia di cambiare le carte in tavola e riprendere il dominio di noi stessi?

lunedì, novembre 05, 2012

Pensar senza la mente



E’ impossibile che possiamo pensar senza la mente, ma questo solo nell’accezione più piena, invece è possibile pensare senza l’intervento netto e completo (invasivo) della stessa.

Non è semplice ma tutto sta ad imparare a farlo.

Vediamo un po’ di cosa stiamo parlando: quando volgiamo il nostro pensiero ad uno o più elementi di riflessione, la mente espleta, attraverso la memoria, un lavoro di riconoscimento e di giudizio successivo, dopodichè usa le parole che etichettano quanto sta trattando e trasmette all’io cosciente la risultante del suo lavoro, noi crediamo che sia la verità piena ma purtroppo non lo è.

Infatti tutto quanto ci mostra è infarcito del suo giudizio, delle sue etichette e dell’emotività riflessa dalla memoria che rimbalza in superficie perché richiamata dagli eventi presenti a causa della mente stessa.

Come possiamo evitare tutto ciò?
Dobbiamo esercitarci (evitando di stancarci subito) a guardare gli eventi, rilevando l’operato della mente come osservatori puri, cioè senza intervenire, in modo tale che la mente stessa non sia spinta ad andare a fondo nella sua azione “critica” (mi riesce un po’ difficile qui farvi capire senza farvi provare un esercizio pratico).

Un piccolo esempio: mettetevi seduti, al silenzio e senza distrazioni e cominciate ad osservarvi. Dopo pochi secondi vedrete che la mente “scorge” qualcosa, un ricordo, una cosa da fare, un desiderio da realizzare, una pena da scacciare, un’ansia od un timore per qualche situazione, cosa rilevate? La mente affronta i vari pensieri fino alla loro risoluzione (parziale e temporanea e raramente definitiva) al fine di archiviare il tutto in memoria come cosa “visionata”. Vi accorgerete, quasi subito, che se non visiona quanto affiora, in superficie, in prima coscienza, si attiva uno stato di disagio che sfuma, un po’ alla volta, appena si adopera a farlo.




Se non lo fa, elaborando una bozza di risoluzione, se evita del tutto di trattarlo, oltre al disagio s’instaura un senso di disordine interno che, pur in modo più flebile, crea uno stato di insofferenza che ci tiene agitati per un bel po’, fino a quando altri pensieri prendono il posto dei precedenti, con maggior o minor senso di  bisogno di dover esser presi in considerazione. Se ci mettiamo a far qualcosa che ci distrae da tale situazione passeremo, di pensiero in pensiero, diversi minuti in tal modo.

Tutto ciò vi rendete conto da soli, senza che io ve lo rimarchi, ha tutto il sentore di una schiavitù a cui si è sottoposti.

Allora la nostra azione dovrà essere controcorrente. Una volta seduti, appena riaffiora un qualsiasi pensiero comportiamoci così: osserviamo lo stesso, senza farci coinvolgere, retropensando che se non lo affrontiamo, possiamo sempre farlo ma abbiamo deciso di osservare solo.  Poi continuiamo ad osservare senza farci indurre ad intervenire con la mente ma rimaniamo in onde quasi “alfa” senza produrre alcun ragionamento e continuiamo a far così. Ci accorgeremo che più ci comportiamo in tal modo più rimaniamo come in una fase di stallo nella quale, guardiamo ciò che accade ma non interveniamo, quello che succede è che la mente indebolisce il suo controllo ma il nostro io cosciente, utilizzandola solo come strumento di osservazione, opera rafforzando la sua capacità percettiva. Ecco stiamo “pensando” senza la mente e stiamo guardando la realtà come finora, probabilmente, abbiamo mai fatto!

Il dominio della mente


Guarda te stesso senza passare attraverso il pensiero della mente. Svuota la stessa di tutte le parole di cui è infarcita e che ripete continuamente per rafforzare il suo dominio su di te.

Se solo per un solo minuto osservi il flusso che essa mette in atto, resterai stupefatto del lavoro che fa e ti fa subire.

Vedrai, se saprai ben osservare (autosservazione), come essa fa passare ogni cosa che ti fa percepire attraverso diversi filtri, che possiamo così individuare:

egoismo (pospone ogni cosa all’interesse esclusivo del suo tornaconto, per meglio godere, per non rischiare di perdere quello che ritiene “ricchezza” (quella materiale) attenzione a non soffrire, materialmente e psicologicamente, parole e non contenuti (ancòra ogni evento della realtà al nome che può contraddistinguerla, facendo diventare il contenuto dello stesso una parola statica che non rappresenta pienamente la realtà che accade davanti a noi)
il dualismo (rende ogni cosa una lotta tra due opposti facendoci perdere l’unicità della verità della vita) per cui il bianco esiste come opposto al nero, il bello come contrario del brutto, il piacere del dispiacere e così via, mettendo in moto il suo continuo flusso giudicatore, nulla ci fa vedere per come è ma solo per come essa stessa ritiene che sia, in base al vissuto (esperienza) presente in memoria.

Altri filtri potrei elencare ma questi verranno fuori man mano si andrà avanti.

Provate questo esercizio:

Osservate i prossimi pensieri, chiedendovi perché nascono, come nascono, perché la mente ce li mostra confusi, parziali, incompleti, perché arrivano fino ad un certo punto e poi vengon messi da parte da altri pensieri più preponderanti o più urgenti o più interessanti ecc.

Fatto questo vediamo un po’:
possiamo con la nostra volontà scegliere cosa pensare?
dura poco questa capacità?
possiamo evitare il flusso mentale dei giudizi su ogni cosa?
cosa ce lo impedisce?
possiamo alla fine guardare la vita che scorre senza esprimere un giudizio positivo, negativo o di indifferenza limitandoci ad osservare solo quanto accade e basta?

Se le risposte son tutte negative allora bisogna darsi da fare e presto, perché siamo ingabbiati nella mente, non siamo noi a decidere anche se crediamo sia così ma è la mente a farlo.

Qualcuno dirà ma la mente non rappresenta sempre noi stessi? 
In realtà no, la mente è uno strumento non l’entità che decide della nostra vita, poiché la nostra soggettività, quella che sceglie è solo la nostra volontà, nonostante subisca l’influenza dell’azione della mente stessa.

La mente spesso vaga, come una ruota che gira, lambendo i margini della vita con piccole toccate, si ha come l’impressione che tutto è indefinito e che nulla sia ben delineato, che ci sfugga appena inquadrato, con bagliori che subito si smorzano. Non si deve vivere così, questa non è vita vera, eppure accade spesso che la viviamo così. Dobbiamo uscir fuori dall’imprecisione che ci attanaglia perché se no possiamo

La voce della mente

Conosci la voce della mente, senz'altro si, ma se non hai ben compreso cosa è fai questa prova:

Recita qualcosa che sai bene a memoria, come una preghiera o una poesia e pronuncia la prima parte di ogni piccola frase che compone le strofe di esse e percepirai la parte restante dentro la tua testa senza bisogno di dirla tu.

Questo significa che la parte restante non c'è bisogno di verbalizzarla perchè siccome esiste nel nostro archivio mnemonico essa viene pronunciata, autonomamente, dalla nostra mente.

Quale utilità possiamo avere dalla comprensione e messa in atto di questo esercizio?

Una grossa utilità: evitare di usare la parola (per evitare di rafforzare il dominio della mente su di noi) quando non ce n'è bisogno, evitare di accelelerare le onde mentali, queste sono individuabili con tracciati grafici che evidenziano l'attività elettrica del cervello tramite la registrazione poligrafica ell'elettroencefalogramma.

A seconda della frequenza, si dividono in:
  • onde Delta: sono caratterizzate da una frequenza che va da 0,1 a 3.9 hertz. Sono le onde che caratterizzano gli stadi di sonno profondo.
  • onde Theta: vanno dai 4 agli 7.9 hertz, caratterizzano gli stadi 1 e 2 del sonno REM.
  • onde Alfa: sono caratterizzate da una frequenza che va dagli 8 ai 13.9 hertz, sono tipiche della veglia ad occhi chiusi e degli istanti precedenti l'addormentamento. Una delle caratteristiche delle onde alfa è la loro configurazione regolare e sincronizzata. Gli esperimenti condotti registrando le onde cerebrali di monaci Zen in meditazione hanno dimostrato che tale pratica dà luogo a un’emissione consistente di onde alfa.
  • onde Beta: vanno dai 14 ai 30 hertz, si registrano in un soggetto cosciente.
  • onde Gamma: vanno dai 30 ai 42 hertz, caratterizzano gli stati di particolare tensione.
(onde mentali da wikiperdia)

Qual'è il vantaggio di non accelerare le onde mentali? E' quello molto importante di avvicinarsi e restare nello stato delle onde alfa per più tempo nella giornata di veglia poichè è attraverso tale tipologia di onde che siamo più lucidi ed è più chiara la nostra visione della realtà.

La mente abbandona le onde alfa quando pensa con coinvolgimento riflettendo con attenzione alle cose che preleva dalla memoria. Infatti notate come quando vi risvegliate di notte od al mattino come perdete la sonnolenza (diventando difficile riaddormentarvi) se cominciate a pensare con attenzione, vivamente e se lo fate con forte coinvolgimento, cioè emotivamente) la cosa diventa una rimuginazione, dannosa psicologicamente.

Quindi comprendete bene che la mente quanto più lavora e si rafforza con le sue fisime, tanto più la nostra ricettività della realtà piena diventa difficile. Allora è bene utilizzare la mente quando veramente serve evitando che essa prenda il soppravvento su di noi.

domenica, novembre 04, 2012

Sii te stesso



Essere se stessi è una cosa che riesce molto difficile perchè la mente ci mantiene in uno stato volto tutto al soddisfacimento dei suoi desideri " in primis" e solo dopo ci fa pensare a tutto ciò che sta oltre noi stessi.

Come diventa difficile vivere col cuore rivolto alla realtà, vorremmo vedere come veramente sono le cose che ci appaiono davanti ma non è per nulla  facile.

E' una chimera vedere la realtà come essa veramente è perchè siamo costantemente confusi, tutto ci appare secondo l'emotività (mente) del momento e non secondo come è.

Liberiamoci da tale schiavitù recuperiamo il controllo del nostro essere, svuotiamo di ogni potere la nostra mente e releghiamola alla sola attività di gestione del nostro corpo quindi non al comando delle nostre intenzioni, essa deve essere uno strumento da usare e non il capo dei nostri pensieri, solo il nostro eterno spirito, al cui centro vi è l'anima, deve essere l'unico specchio del nostro sè.

Svuotiamo la mente dai pensieri, dalle parole, guardiamo il suo flusso, osserviamola agire e ci accorgeremo quanta falsità vi è nelle cose che tramite la sua interpretazione ci mostra.

Scopriremo le nostre debolezze che però sono le sue, vedremo l'azzurro del cielo che costantemente ci nasconde, la bellezza del creato che continuamente ingrigisce, la purezza dell'amore che con grossa difficoltà ci fa esercitare.

Saremo così finalmente libere di essere noi stessi.

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Liberi dalla mente dittatrice



Abbiamo avuto spesso l'impressione che c'è qualcosa in noi che non funziona bene, non la nostra capacità cognitiva ma la visione delle cose fuori e dentro di noi. Tutto ci sembra confuso in noi, quando pensiamo ci ritroviamo persino ad aver timore di guardare più a fondo dentro di noi. Anche la visione esterna non è chiara infatta abbiamo continui scossoni di stress quando la vita non scorre come vorremmo, perchè accade ciò?

La causa di tutto ciò è il dominio della mente sul nostro essere. Come possiamo svincolarci da esso? La strada da percorrere non è breve come non breve è la vita vissuta fino adesso. Infatti il suo potere è abbastanza consolidato, ora dobbiamo navigare controcorrente, ma non è cosa impossibile. Facciamo per gradi ma facciamolo, cioè non trascuriamo di farlo ne vari momenti che ne abbiamo occasione.

Bisogna iniziare in questo modo:

  • Evitiamo di ripetere i pensieri dentro la nostra mente, così rafforziamo il potere della mente su di noi. Quando accade ciò? Quando pensiamo ad una cosa qualsiasi, la ripetiamo verbalmente in noi come se volessimo comprendere meglio il contenuto del pensiero che è salito in prima coscienza. Non serve affatto!
Esempio se pensiamo alla parola sedia o a mangiare o ricordiamo qualsiasi cosa da fare, non è per nulla necessario ripetere il pensiero che è salito su con la voce mentale poichè esso non ci sfuggirà o non si renderà incomprensibile se non lo facciamo ma rimarrà lì dove si è posizionato come elemento di prima coscienza, finquando non verrà rimosso o messo da parte in modo ordinato negli archivi mentali o rimosso in modo confuso se ci dà fastidio affrontarlo subito. Quindi se manteniamo l'armonia  il fumo della confusione non si addenserà nella nostra visione del presente e non bisognerà in alcun modo ripetere ogni cosa ci passa per la mente con la "voce mentale".

Quindi il primo passo è evitare la ripetizione delle parole con la voce interiore come se parlassimo a qulcuno di fronte che non sa l'argomento che vogliamo fargli conoscere, ma noi lo diciamo a noi stessi che già lo sappiamo, rendiamoci conto di questa banalità che si verifica a dismisura nella routine della nostra "riflessione mentale". Poi nella rimuginazione la ripetizione delle parole si ripete a dismisura diventando un lavoro enorme che consuma energie come un "mostro " che ci mangia.